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OECD Economic Outlook 2026: crescita debole, inflazione e costo del capitale ridisegnano lo scenario per le imprese

Nohema Dottori Commercialisti Revisori Legali

L’Interim Economic Outlook dell’OCSE di settembre 2026 descrive un’economia globale ancora resiliente, ma inserita in un regime caratterizzato da maggiore volatilità dell’offerta, inflazione più persistente e costo del capitale strutturalmente più elevato. Per le imprese, il tema non è più soltanto finanziare la crescita, ma selezionare gli investimenti e costruire strutture finanziarie capaci di sostenerli anche in condizioni meno favorevoli.

L’Interim Economic Outlook pubblicato dall’OCSE a settembre 2026 restituisce un quadro dell’economia mondiale più resistente di quanto la sequenza degli shock geopolitici, energetici e commerciali avrebbe potuto suggerire. Al tempo stesso, evidenzia un cambiamento rilevante nelle condizioni entro cui imprese e investitori sono chiamati ad assumere le proprie decisioni.

Il PIL mondiale è previsto in crescita del 2,9% nel 2026 e del 3,0% nel 2027. Nell’area euro la crescita dovrebbe fermarsi all’1,0% in entrambi gli anni, mentre per l’Italia l’OCSE ha rivisto al rialzo la stima 2026 allo 0,9%, 0,4 punti percentuali in più rispetto alle previsioni di giugno. Nel 2027 la crescita italiana dovrebbe tuttavia rallentare allo 0,6%. La revisione positiva del dato italiano non modifica quindi il quadro di fondo: la crescita rimane contenuta e si realizza in presenza di condizioni finanziarie ed energetiche sensibilmente più complesse. È probabilmente questo il punto più significativo del nuovo Outlook.

Dal rischio di domanda al rischio di offerta

Una parte crescente dell’incertezza macroeconomica non deriva oggi dalla debolezza della domanda, ma dalla capacità dell’offerta di adattarsi a shock energetici, geopolitici e commerciali. L’OCSE richiama espressamente le tensioni sulle forniture energetiche del Golfo, le restrizioni al commercio internazionale, l’aumento dei costi di trasporto e i possibili shock sulle commodity agricole. Allo stesso tempo, riconosce come la capacità di adattamento delle imprese e delle supply chain abbia finora contenuto gli effetti macroeconomici delle diverse crisi.

Questo modifica anche la natura del rischio industriale. Per molte imprese la variabile critica non è più soltanto il volume della domanda prospettica, ma la stabilità economica delle condizioni necessarie a soddisfarla: energia, materie prime, logistica, capitale e disponibilità di competenze. Ne deriva una conseguenza strategica: la resilienza della supply chain, la diversificazione delle fonti energetiche e la capacità di sostituire input produttivi non rappresentano più esclusivamente strumenti di mitigazione del rischio operativo. Diventano elementi che incidono direttamente sulla redditività prospettica e sul valore dell’impresa.

Inflazione: conta sempre di più la sua composizione

Per l’Italia l’OCSE stima un’inflazione headline del 3,0% nel 2026 e del 2,6% nel 2027, mentre l’inflazione core dovrebbe attestarsi rispettivamente all’1,9% e al 2,0%. Nell’area euro l’inflazione headline è prevista al 3,0% nel 2026 e al 2,9% nel 2027. La distanza tra headline e core inflation è particolarmente significativa perché conferma la rilevanza dello shock energetico.

Nello scenario centrale, l’OCSE assume per il quarto trimestre 2026 un Brent medio di circa 105 dollari al barile e un prezzo del gas TTF di circa 82 euro/MWh, con una successiva normalizzazione nel 2027 verso valori medi rispettivamente di 85 dollari e 60 euro/MWh. Per l’impresa, tuttavia, la questione non riguarda soltanto il livello assoluto dell’inflazione. La distinzione fondamentale è tra inflazione trasferibile e inflazione assorbita. La capacità di preservare i margini dipenderà sempre più dalla possibilità di trasferire l’aumento degli input sui prezzi di vendita, dalla struttura contrattuale dei ricavi, dalla durata del ciclo produttivo e dal posizionamento competitivo dell’impresa.

Due aziende esposte allo stesso incremento del costo energetico possono quindi produrre risultati economici molto differenti in funzione del proprio pricing power. È una distinzione che diventa essenziale anche nella costruzione dei business plan: ipotizzare contemporaneamente crescita nominale dei ricavi e stabilità dei margini senza verificare la reale capacità di repricing può produrre proiezioni economicamente incoerenti.

Il costo del capitale torna ad essere una variabile industriale

L’altro elemento strutturale riguarda i mercati finanziari. Secondo l’OCSE, i rendimenti dei titoli sovrani a lungo termine hanno raggiunto in molte economie avanzate i livelli più elevati degli ultimi quindici anni o più. Le condizioni finanziarie complessive rimangono ancora relativamente favorevoli, ma l’aumento dei rendimenti risk-free e dei term premium modifica il costo al quale viene allocato il capitale nell’economia.

Questo passaggio ha conseguenze che vanno oltre l’aumento degli interessi sul debito. Un livello strutturalmente superiore dei tassi risk-free si trasferisce sul costo del debito, sul rendimento richiesto all’equity e quindi sul WACC. Cambia, di conseguenza, il valore economico degli investimenti e aumenta la selettività nell’allocazione del capitale. La questione strategica diventa quindi il rapporto tra ROIC e costo del capitale.

In un contesto di capitale abbondante e tassi molto bassi poteva essere sufficiente finanziare investimenti capaci di produrre crescita. Nel nuovo scenario diventa invece essenziale distinguere tra crescita dimensionale e creazione di valore: l’aumento di ricavi, EBITDA o capacità produttiva produce valore soltanto quando il rendimento incrementale del capitale investito risulta coerentemente superiore al suo costo. È un cambio di prospettiva rilevante anche per le PMI italiane, dove la valutazione degli investimenti è ancora frequentemente concentrata sul risultato economico atteso e meno sulla relazione tra capitale assorbito, cash generation e rendimento.

L’intelligenza artificiale come nuovo ciclo di investimento

All’interno di questo quadro emerge un elemento in controtendenza: l’eccezionale intensità degli investimenti collegati all’intelligenza artificiale. L’OCSE rileva che nel primo semestre 2026 gli investimenti in data center e tecnologia hanno contribuito direttamente alla crescita di diverse economie avanzate, sostenendo parallelamente produzione e commercio nei Paesi maggiormente coinvolti nelle filiere dei semiconduttori e della componentistica. Il fenomeno è particolarmente interessante perché rappresenta contemporaneamente un driver di crescita e un fattore di assorbimento di capitale.

L’OCSE osserva infatti che le attuali valutazioni delle società maggiormente esposte all’AI incorporano aspettative molto elevate sulla futura crescita degli utili. Se i ritorni economici degli investimenti dovessero manifestarsi più lentamente del previsto, la revisione delle aspettative potrebbe incidere sulle valutazioni e successivamente sul livello degli investimenti, con effetti anche sui settori collegati. Il tema è più generale dell’AI: la disponibilità di capitale non elimina la necessità di remunerarlo. Ed è proprio la combinazione tra grandi programmi di investimento, maggior costo del capitale e tempi incerti di monetizzazione a rendere centrale la qualità della pianificazione finanziaria.

Dal business plan allo stress finanziario

L’OCSE quantifica in modo particolarmente efficace il rischio dello scenario. Nelle simulazioni contenute nell’Outlook, la combinazione di prezzi energetici e alimentari più elevati, restrizioni dell’offerta e condizioni finanziarie più severe potrebbe determinare nel 2027 una riduzione della crescita mondiale di circa 0,7 punti percentuali rispetto allo scenario base e un aumento dell’inflazione di 1,1 punti percentuali.

È un’indicazione utile anche sul piano della pianificazione aziendale. Il business plan non dovrebbe più essere considerato come la rappresentazione del risultato più probabile, ma come un modello economico-finanziario del comportamento dell’impresa al variare delle principali assunzioni. Per un investimento significativo, lo scenario base dovrebbe quindi essere affiancato almeno da sensitività su volumi, prezzi, margini, costo dell’energia, tassi, capitale circolante e tempi di realizzazione del programma. Ma il passaggio successivo è ancora più importante: verificare come queste variazioni si trasmettano dall’EBITDA alla generazione di cassa, al fabbisogno finanziario massimo e alla sostenibilità della struttura delle fonti. È infatti possibile avere un progetto industrialmente valido e redditizio a regime, ma finanziariamente fragile durante la fase di investimento o di ramp-up.

La struttura finanziaria diventa parte della strategia industriale

In questo contesto, anche la tradizionale distinzione tra decisione di investimento e decisione di finanziamento diventa meno netta. La struttura delle fonti determina la capacità dell’impresa di attraversare eventuali scostamenti dal piano senza compromettere il programma industriale. Equity, debito bancario, strumenti di finanza strutturata, agevolazioni pubbliche e autofinanziamento devono quindi essere costruiti rispetto alla curva temporale del fabbisogno, e non soltanto rispetto al valore complessivo dell’investimento. Un piano finanziario correttamente strutturato deve individuare il peak funding requirement, verificare il livello minimo di liquidità necessario nelle diverse fasi del progetto e mantenere adeguati margini di sicurezza rispetto allo scenario base.

In questa prospettiva, la finanza agevolata assume anch’essa una funzione diversa: non soltanto riduzione del costo dell’investimento, ma possibile componente di una struttura finanziaria più efficiente, capace di ridurre l’assorbimento di capitale privato e migliorare la sostenibilità complessiva del progetto. La qualità di un investimento non dipende quindi esclusivamente dal rendimento industriale atteso, ma anche dalla coerenza tra profilo dei flussi di cassa, capitale investito, struttura delle fonti e rischio assunto. È probabilmente questa la lettura più interessante dell’Outlook OCSE di settembre. L’economia mondiale non sta semplicemente attraversando una fase di crescita più debole. Sta operando in un contesto nel quale energia, geopolitica, tecnologia e capitale interagiscono con maggiore intensità rispetto al passato, rendendo meno affidabili le pianificazioni costruite su singoli scenari deterministici.

Per le imprese questo richiede un’evoluzione della pianificazione: dal budget alla modellizzazione finanziaria, dalla previsione allo scenario analysis, dalla semplice copertura del fabbisogno alla progettazione della struttura finanziaria. In un’economia caratterizzata da crescita moderata e capitale più selettivo, la capacità di allocare correttamente le risorse finanziarie torna così ad essere una delle principali determinanti della creazione di valore.

OECD (2026), OECD Economic Outlook, Interim Report September 2026: Weathering Successive Shocks, OECD Publishing, Paris.