L’introduzione dei nuovi dazi statunitensi nel 2025 ha rappresentato uno shock rilevante non soltanto sul piano commerciale, ma soprattutto sul piano operativo. La lettura del fenomeno non può essere limitata al rapporto tra aliquota doganale e prezzo finale: gli effetti più significativi si osservano nella ridefinizione dei margini, nella riallocazione delle forniture e nella crescente difficoltà di pianificazione per le imprese inserite in filiere internazionali.
Per l’Italia, il punto di partenza è l’elevata esposizione del sistema produttivo al mercato statunitense. Secondo Intesa Sanpaolo, nel 2024 l’export manifatturiero italiano verso gli Stati Uniti ha raggiunto circa 64,2 miliardi di euro, con un’incidenza prossima all’11% sul totale dell’export manifatturiero nazionale; gli Stati Uniti risultavano così il secondo mercato di sbocco per l’Italia, dopo la Germania e davanti alla Francia.
La rilevanza del mercato statunitense è confermata anche dall’analisi ICE dell’agosto 2025, che evidenzia come, nel primo semestre 2025, gli Stati Uniti si siano confermati il principale mercato extra-UE per le merci italiane, con una concentrazione significativa in meccanica, farmaceutica e agroalimentare. Questi comparti presentano caratteristiche diverse, ma condividono un elemento comune: catene di valore articolate e una forte sensibilità al posizionamento di prezzo.
Le prime valutazioni di Banca d’Italia introducono però un elemento più sofisticato: l’esposizione ai dazi non riguarda soltanto le imprese che esportano direttamente verso gli Stati Uniti, ma anche i fornitori italiani inseriti nelle filiere di tali imprese. Il lavoro pubblicato a dicembre 2025 utilizza dati a livello di impresa e informazioni da fatturazione elettronica per ricostruire i legami interaziendali, evidenziando come il rischio tariffario debba essere letto anche in chiave indiretta.
Questa è probabilmente la prima evidenza operativa rilevante: nel 2025 il tema non è più soltanto “quanto vendo negli Stati Uniti”, ma “quanto della mia produzione entra, anche indirettamente, in una catena del valore esposta al mercato statunitense”. Per una PMI italiana, ciò significa che il rischio dazi può manifestarsi anche in assenza di un rapporto commerciale diretto con clienti americani, attraverso riduzioni di ordini, rinegoziazioni di prezzo o pressioni sui margini da parte dei clienti capofiliera.
Sul piano dei margini, Banca d’Italia segnala che l’effetto diretto sulle imprese italiane e sui loro fornitori appare complessivamente contenuto, salvo un numero limitato di imprese maggiormente esposte. Tuttavia, la stessa analisi evidenzia un rischio ulteriore: l’aumento dell’offerta di prodotti cinesi su mercati diversi da quello statunitense, con possibili effetti competitivi anche per settori non direttamente esposti agli Stati Uniti.
Questo passaggio è centrale. L’impatto dei dazi non si esaurisce nel costo doganale applicato al prodotto esportato, ma produce effetti di secondo livello: merci che non entrano più, o entrano con maggiore difficoltà, nel mercato americano possono essere riallocate verso altri mercati, aumentando la pressione competitiva in Europa e comprimendo i margini di imprese che non hanno alcuna esposizione diretta agli USA.
A livello europeo, il fenomeno appare più ampio. Eurostat segnala che le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Unione Europea hanno determinato un’accelerazione delle esportazioni UE verso gli USA nel primo trimestre 2025, seguita da una contrazione più marcata nel resto dell’anno; nel quarto trimestre, importazioni ed esportazioni sono diminuite e il surplus commerciale UE verso gli Stati Uniti si è ridotto da un picco di 81 miliardi di euro nel primo trimestre a 31 miliardi.
Anche l’OCSE, nel suo Interim Economic Outlook di settembre 2025, rileva che gli effetti completi dell’aumento dei dazi non si erano ancora pienamente manifestati, anche perché molte imprese avevano inizialmente assorbito parte dei maggiori costi nei propri margini. Questa osservazione è particolarmente rilevante sul piano aziendale: il primo impatto non è necessariamente un aumento immediato dei prezzi, ma una riduzione della capacità di preservare marginalità.
Il Fondo Monetario Internazionale ha inquadrato il 2025 come un passaggio verso una nuova fase dell’economia globale, caratterizzata da maggiore frammentazione commerciale e minore prevedibilità degli scambi. Nell’aprile 2025 il FMI ha rivisto al ribasso la crescita del commercio mondiale, stimandola all’1,7% per il 2025, e ha sottolineato come la capacità delle imprese di riallocare flussi commerciali, già osservata in passato, possa risultare più complessa in un contesto di tensioni più diffuse.
Sul piano delle filiere, i contributi più interessanti arrivano dalla letteratura manageriale internazionale. Harvard Business School, attraverso le analisi di Laura Alfaro, ha evidenziato come i dazi del 2025 abbiano accelerato spostamenti già in corso nelle catene di fornitura, in particolare la diversificazione degli approvvigionamenti e il progressivo spostamento di flussi commerciali verso partner alternativi. Il dato più rilevante non è quindi la rottura improvvisa delle supply chain, ma l’accelerazione di una riconfigurazione già avviata.
INSEAD, in un’analisi del febbraio 2025, ha invece sottolineato un profilo più qualitativo: le imprese tendono a ridurre il sourcing da Paesi percepiti come politicamente o ideologicamente più distanti, anche prima che il rischio si traduca in un costo diretto. Secondo lo studio richiamato, le imprese riducono mediamente di circa il 10% gli acquisti da Paesi che diventano più distanti sul piano politico dopo un’elezione.
Ne deriva una seconda evidenza operativa: la supply chain non viene modificata soltanto quando il dazio incide sul costo unitario, ma già quando aumenta l’incertezza sulla stabilità della relazione commerciale. Per le imprese italiane ed europee, ciò significa che la politica commerciale diventa una variabile gestionale, da integrare nelle decisioni su fornitori, clienti, magazzino, contratti e pricing.
Rispetto al passato, la differenza principale riguarda quindi la natura dell’aggiustamento. Nei precedenti cicli tariffari, l’impatto era spesso letto come tensione bilaterale tra Stati Uniti e singoli Paesi esportatori. Nel 2025, invece, l’effetto si distribuisce lungo reti produttive più articolate, nelle quali il luogo di produzione, il mercato finale, la valuta, il fornitore intermedio e il cliente capofiliera non coincidono necessariamente.
Per l’impresa, questo implica un cambio di metodo. Non è più sufficiente classificare il rischio commerciale per Paese di destinazione. Occorre mappare l’esposizione lungo la filiera, distinguendo tra export diretto, esposizione indiretta, dipendenza da fornitori soggetti a riallocazione dei flussi e vulnerabilità competitiva nei mercati europei. In questo senso, i dazi del 2025 rappresentano meno un costo doganale isolato e più un fattore di instabilità operativa.
Le prime evidenze suggeriscono dunque un quadro meno immediato, ma più rilevante per la gestione aziendale: l’impatto sui margini appare selettivo, non generalizzato; l’esposizione indiretta è spesso più difficile da misurare dell’esposizione diretta; le filiere stanno reagendo non solo aumentando i prezzi, ma modificando fornitori, mercati di sbocco e condizioni contrattuali.
In questa prospettiva, l’effetto dei dazi non va misurato soltanto in termini di export perso o di prezzo finale, ma nella capacità dell’impresa di preservare controllo sulla propria struttura economica. La variabile centrale diventa la leggibilità della filiera: chi conosce origine dei costi, esposizione dei clienti e dipendenza dai fornitori può reagire; chi dispone soltanto del dato contabile finale rischia di subire il fenomeno quando è già riflesso nei margini.
Nohema supporta le imprese nella lettura economica e operativa delle filiere, integrando dati commerciali, marginalità e struttura dei fornitori per misurare l’esposizione effettiva a shock esterni e tradurla in decisioni di pricing, approvvigionamento e pianificazione industriale.
Fonti
– Organisation for Economic Co-operation and Development – Economic Outlook Interim Report 2025
– Eurostat – EU trade with the United States
– Banca d’Italia – Questioni di Economia e Finanza (2025)
– ICE Agenzia – Analisi commercio estero 2025
– Harvard Business School – Global Supply Chain Analysis
– INSEAD – Supply Chain & Geopolitics Research
– International Monetary Fund – World Economic Outlook / Global Economy Update