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Dall’ESG al Net Zero: come la sostenibilità sta diventando politica industriale europea

Nohema Dottori Commercialisti Revisori Legali

L’Unione europea sta progressivamente trasformando la sostenibilità da sistema di rendicontazione e misurazione degli impatti a vera e propria politica industriale. La Tassonomia europea, la CSRD e gli standard ESRS hanno costruito un linguaggio comune attraverso il quale imprese, banche e investitori possono valutare rischi, obiettivi climatici e piani di transizione. Il Net-Zero Industry Act e il Clean Industrial Deal segnano oggi un ulteriore passaggio: dalla trasparenza ESG allo sviluppo in Europa delle tecnologie, delle filiere e della capacità produttiva necessarie alla decarbonizzazione. Nei prossimi anni la competitività delle imprese dipenderà quindi non soltanto dalla capacità di rendicontare correttamente le proprie performance ambientali, ma dalla possibilità di trasformare gli obiettivi climatici in investimenti industriali credibili, finanziabili e coerenti con il nuovo quadro normativo europeo. ESG e Net Zero non rappresentano due percorsi distinti: il primo costituisce l’infrastruttura informativa e di governance, mentre il secondo ne traduce i principi in tecnologia, produzione e politica industriale.

Negli ultimi anni la sostenibilità è stata percepita dalle imprese principalmente come un insieme di obblighi informativi: misurare le emissioni, individuare i rischi ambientali, definire politiche ESG e rendicontare i risultati raggiunti. Questa rappresentazione, pur non essendo errata, descrive soltanto una parte del cambiamento in corso.

L’Unione europea sta progressivamente spostando il baricentro della propria politica climatica. Alla costruzione di un sistema di trasparenza e classificazione degli investimenti sostenibili si sta affiancando una vera e propria politica industriale, diretta a sviluppare all’interno dell’Unione le tecnologie necessarie alla decarbonizzazione e a ridurre la dipendenza da fornitori extraeuropei.

Il passaggio dall’ESG al Net Zero non determina quindi l’abbandono della sostenibilità, ma ne rappresenta l’evoluzione. La sostenibilità non è più soltanto una materia da rendicontare: diventa una variabile attraverso la quale selezionare gli investimenti, organizzare le filiere produttive e orientare l’intervento pubblico.

Dalla neutralità climatica alla trasformazione dell’industria

Il punto di partenza è costituito dal Regolamento (UE) 2021/1119, noto come European Climate Law. La norma ha reso giuridicamente vincolante l’obiettivo della neutralità climatica dell’Unione entro il 2050 e ha fissato per il 2030 una riduzione netta delle emissioni di gas a effetto serra pari ad almeno il 55% rispetto ai livelli del 1990. Non si tratta, pertanto, di un semplice indirizzo politico, ma della cornice normativa entro la quale devono essere interpretate le successive politiche europee in materia di energia, industria e finanza.

Il conseguimento di tali obiettivi richiede una trasformazione profonda del sistema produttivo. Non è sufficiente ridurre le emissioni generate dagli impianti esistenti: occorre sviluppare nuove capacità produttive nei settori delle energie rinnovabili, dell’accumulo, delle batterie, dell’idrogeno, delle reti elettriche, delle pompe di calore e della cattura e stoccaggio del carbonio.

È precisamente in questo passaggio che il Net Zero assume una dimensione industriale. L’obiettivo climatico determina una domanda di nuove tecnologie; la disponibilità di tali tecnologie dipende, a sua volta, dalla capacità dell’Europa di attrarre capitali, finanziare la ricerca e trasformare l’innovazione in produzione su scala industriale.

L’ESG come infrastruttura informativa del mercato

La prima fase della strategia europea si è concentrata sulla costruzione di un linguaggio comune della sostenibilità.

Il Regolamento (UE) 2020/852, relativo alla Tassonomia europea, ha introdotto un sistema di classificazione delle attività economiche ecosostenibili. Un’attività può essere considerata allineata alla Tassonomia quando contribuisce in modo sostanziale ad almeno uno degli obiettivi ambientali individuati dal legislatore, non arreca un danno significativo agli altri obiettivi, rispetta determinate garanzie minime e soddisfa i criteri tecnici di vaglio stabiliti dalla Commissione. La Tassonomia non stabilisce quali investimenti possano essere realizzati, ma offre a imprese, investitori e finanziatori un criterio comune per valutarne la sostenibilità ambientale.

La Direttiva (UE) 2022/2464, Corporate Sustainability Reporting Directive o CSRD, ha esteso e rafforzato il sistema europeo di rendicontazione societaria di sostenibilità. La logica della disciplina è quella della doppia materialità: l’impresa deve considerare tanto gli effetti delle questioni ambientali e sociali sul proprio andamento economico quanto gli impatti prodotti dalla propria attività sulle persone e sull’ambiente.

Il Regolamento delegato (UE) 2023/2772 ha poi introdotto gli European Sustainability Reporting Standards. In particolare, l’ESRS E1 dedicato al cambiamento climatico richiede, quando il tema risulta materiale, informazioni sulle politiche climatiche, sui piani di transizione, sugli obiettivi di riduzione delle emissioni, sui consumi energetici e sulle emissioni di gas a effetto serra. Gli standard disciplinano obblighi informativi e non impongono, di per sé, uno specifico comportamento industriale: rendono però confrontabili le strategie climatiche e consentono al mercato di valutarne la credibilità.

Nel 2025 e nel 2026 il legislatore europeo è intervenuto per semplificare e rimodulare alcuni obblighi di rendicontazione e due diligence, da ultimo con la Direttiva (UE) 2026/470. La revisione non modifica, tuttavia, la direzione sostanziale del sistema: il perimetro degli obblighi può essere ridefinito, ma le informazioni climatiche continuano a incidere sull’accesso al credito, sulle decisioni degli investitori e sui rapporti lungo le filiere produttive.

Il Net-Zero Industry Act: dalla misurazione alla capacità produttiva

Il Regolamento (UE) 2024/1735, denominato Net-Zero Industry Act, segna un cambiamento di prospettiva. Se la Tassonomia e la CSRD costruiscono l’infrastruttura informativa della sostenibilità, il Net-Zero Industry Act interviene direttamente sull’ecosistema industriale europeo.

Il regolamento mira a rafforzare la capacità produttiva dell’Unione nelle tecnologie a zero emissioni nette e individua un parametro politico-industriale particolarmente significativo: entro il 2030 la capacità europea di produzione delle tecnologie strategiche dovrebbe avvicinarsi o raggiungere almeno il 40% del fabbisogno annuale dell’Unione.

Il campo di applicazione comprende, tra le altre, le tecnologie fotovoltaiche e solari termiche, l’eolico, le batterie e i sistemi di accumulo, gli elettrolizzatori e le celle a combustibile, il biogas e il biometano sostenibili, le pompe di calore, le tecnologie di rete e quelle per la cattura e lo stoccaggio della CO₂.

La rilevanza della disciplina non consiste soltanto nell’individuazione dei settori strategici. Il regolamento introduce strumenti diretti ad accelerare le procedure autorizzative, riconoscere progetti strategici Net Zero, facilitare l’accesso ai mercati, promuovere criteri di sostenibilità e resilienza negli appalti e nelle aste pubbliche e favorire la sperimentazione attraverso regulatory sandboxes.

L’intervento europeo assume così una duplice funzione. Da un lato sostiene il raggiungimento degli obiettivi climatici; dall’altro mira a ridurre le dipendenze industriali e tecnologiche dell’Europa. La transizione energetica viene letta non soltanto come una questione ambientale, ma come un tema di autonomia strategica, sicurezza degli approvvigionamenti e competitività.

La sostenibilità diventa un requisito industriale

Il collegamento tra ESG e Net Zero emerge con particolare evidenza nella selezione degli investimenti.

Un progetto industriale nel settore delle tecnologie pulite non viene più valutato esclusivamente sulla base del rendimento economico atteso. Diventano rilevanti anche il contributo alla decarbonizzazione, l’impronta carbonica del processo produttivo, la provenienza dei componenti, la resilienza della catena di fornitura, la circolarità dei materiali e la capacità di generare effetti industriali e occupazionali nel territorio europeo.

Ne deriva che le informazioni ESG non costituiscono un esercizio separato dal piano industriale. Esse alimentano la due diligence dell’investitore, la valutazione della banca, l’istruttoria relativa agli aiuti pubblici e la verifica dei requisiti previsti dalla normativa settoriale.

La credibilità di un progetto Net Zero dipenderà sempre più dalla coerenza tra tecnologia, piano economico-finanziario, strategia climatica e organizzazione della supply chain. Dichiarare un obiettivo di riduzione delle emissioni non sarà sufficiente se l’impresa non è in grado di dimostrare come intende realizzarlo, quali investimenti saranno necessari e quali effetti economici derivano dal percorso di transizione.

Il ruolo della due diligence nelle catene del valore

A questa architettura si collega la Direttiva (UE) 2024/1760 sulla corporate sustainability due diligence, successivamente modificata. La disciplina richiede alle imprese rientranti nel proprio ambito di applicazione di integrare nei processi aziendali la valutazione e la gestione degli impatti negativi sui diritti umani e sull’ambiente, considerando non soltanto le attività direttamente svolte, ma anche determinati rapporti presenti nella catena di attività.

Anche dopo la revisione europea del 2026, il principio sottostante rimane rilevante: l’impresa non può valutare la propria sostenibilità osservando esclusivamente il perimetro societario. Nei settori energetici e nelle tecnologie Net Zero, nei quali le catene di fornitura sono spesso lunghe, internazionali e dipendenti da materie prime critiche, la provenienza degli input produttivi diventa parte integrante della valutazione industriale.

Ciò è particolarmente evidente nella produzione di batterie, pannelli fotovoltaici, componenti elettronici e tecnologie per l’accumulo. Un prodotto destinato alla decarbonizzazione può presentare criticità ambientali, sociali o geopolitiche nella fase di estrazione delle materie prime, nella lavorazione dei componenti o nel trasporto. La sostenibilità deve quindi essere valutata lungo l’intero ciclo di vita e non soltanto con riferimento alle emissioni evitate durante l’utilizzo del prodotto.

Il Clean Industrial Deal e la nuova fase europea

Il Clean Industrial Deal, presentato dalla Commissione europea il 26 febbraio 2025, consolida ulteriormente questo orientamento. La decarbonizzazione viene espressamente considerata una leva di crescita e competitività, con particolare attenzione alle industrie ad alta intensità energetica e al settore delle tecnologie pulite.

Il messaggio politico è significativo. Dopo una fase prevalentemente fondata sulla definizione di obiettivi e obblighi, l’Unione tenta di costruire le condizioni economiche necessarie per realizzarli: energia più accessibile, sostegno agli investimenti, sviluppo di mercati per i prodotti a minore intensità carbonica, rafforzamento delle filiere e semplificazione del quadro regolamentare.

Questo non elimina la tensione tra sostenibilità e competitività. Al contrario, la rende più evidente. Nei prossimi anni le istituzioni europee dovranno evitare che i costi della transizione riducano la capacità produttiva dell’industria europea o determinino una semplice delocalizzazione delle emissioni verso Paesi con standard meno rigorosi.

Il tema non sarà quindi scegliere tra ESG e competitività, ma costruire un modello nel quale gli investimenti sostenibili siano economicamente realizzabili e la decarbonizzazione generi nuova capacità produttiva in Europa.

Le prospettive per le imprese

Nel prossimo ciclo di investimenti, ESG e Net Zero tenderanno a convergere.

La rendicontazione climatica continuerà a fornire dati e criteri di valutazione. La Tassonomia orienterà l’identificazione delle attività sostenibili. Le regole di due diligence aumenteranno l’attenzione sulle catene di fornitura. Il Net-Zero Industry Act e il Clean Industrial Deal cercheranno invece di trasformare tali principi in capacità produttiva, investimenti e sviluppo tecnologico.

Per le imprese, la conseguenza è rilevante. La sostenibilità non potrà essere gestita come un progetto autonomo affidato esclusivamente alle funzioni di compliance o comunicazione. Dovrà entrare nella pianificazione strategica, nel controllo di gestione, nelle decisioni di investimento e nella progettazione finanziaria.

Anche per le imprese non direttamente soggette ai principali obblighi normativi, le informazioni ESG continueranno a essere richieste da clienti industriali, banche, fondi e soggetti capofila. La semplificazione normativa può ridurre gli adempimenti formali, ma non elimina la domanda di dati attendibili proveniente dal mercato.

Dalla compliance alla bancabilità

La vera evoluzione del quadro europeo può essere sintetizzata nel passaggio dalla compliance alla bancabilità.

Nella prima fase, l’attenzione era concentrata sulla capacità dell’impresa di descrivere i propri impatti e rischi. Nella nuova fase, diventa centrale la capacità di trasformare gli obiettivi climatici in progetti industriali finanziabili, autorizzabili e realizzabili.

Un investimento Net Zero dovrà essere tecnologicamente credibile, economicamente sostenibile e coerente con la normativa ambientale, la disciplina degli aiuti di Stato e i criteri utilizzati dagli investitori. Dovrà inoltre dimostrare la disponibilità delle materie prime, la stabilità della supply chain e la capacità di raggiungere una scala produttiva adeguata.

Il futuro dell’ESG non consiste quindi nella produzione di un numero crescente di indicatori. Consiste nella loro integrazione all’interno delle decisioni industriali e finanziarie.

La transizione europea entrerà nella propria fase decisiva quando sostenibilità, strategia e finanza non saranno più trattate come materie separate. In tale prospettiva, il Net Zero rappresenta il punto nel quale gli obiettivi ambientali incontrano concretamente la politica industriale: non soltanto ridurre le emissioni, ma decidere quali tecnologie produrre, dove localizzare gli investimenti e quali filiere l’Europa intenda sviluppare nei prossimi decenni.