SEDI
PARMA
Viale Mentana 41
MILANO
Via San Raffaele 1
CONTATTI
info@nohema.it
0521229780
Evoluzione dei margini operativi nelle PMI italiane (2021–2024): evidenze e implicazioni

Nohema Dottori Commercialisti Revisori Legali

Nel periodo 2021–2024 le PMI italiane hanno registrato un passaggio da una fase di forte espansione post-pandemica a una progressiva compressione dei margini operativi. L’analisi dei dati evidenzia come la dinamica media sia meno rilevante rispetto alla crescente dispersione tra imprese, con una polarizzazione della redditività anche all’interno dei medesimi settori. La capacità di preservare i margini dipende sempre più da fattori interni – struttura dei costi, gestione del pricing, qualità delle informazioni – rendendo il bilancio civilistico insufficiente come unico strumento di lettura e richiedendo un approccio gestionale più evoluto.

Negli ultimi anni il tema della marginalità operativa ha assunto una rilevanza crescente nel dibattito economico, non tanto per la sua dinamica media – che pure ha risentito delle tensioni inflattive e delle variazioni nei costi dei fattori produttivi – quanto per la crescente eterogeneità osservabile tra imprese appartenenti al medesimo contesto settoriale. L’analisi dei dati disponibili consente di cogliere una trasformazione meno evidente ma più strutturale: il progressivo superamento di una logica di marginalità “di settore” a favore di una distribuzione sempre più polarizzata, nella quale convivono imprese in grado di preservare livelli di redditività stabili e altre che registrano una compressione significativa dei margini operativi.

Le evidenze empiriche desumibili dai dataset di ISTAT, integrate con le analisi sui bilanci delle imprese non finanziarie pubblicate dalla Banca d’Italia e con le statistiche armonizzate di Eurostat, confermano come il biennio 2022–2023 abbia rappresentato un punto di discontinuità. Nel 2021, in una fase di rimbalzo post-pandemico, il sistema delle imprese aveva registrato una crescita particolarmente sostenuta del margine operativo lordo, con incrementi superiori al 30% e una dinamica del fatturato anch’essa a doppia cifra. Una lettura sintetica delle principali grandezze economiche consente di inquadrare con maggiore precisione tale evoluzione e il successivo rallentamento.

Andamento economico sintetico delle imprese non finanziarie italiane (valori medi)

Indicatore2021202220232024*
Variazione fatturato (%)+22,4%+19,6%+3,8%+0,1%
Variazione MOL (proxy EBITDA) (%)+33,9%+16,2%+1,5%~0,0%
Incidenza costo lavoro / VA (%)58,7%60,2%61,5%62,1%
Margine operativo medio (proxy EBITDA %)10,8%10,2%9,6%9,4%

* Dati 2024 su base stime e informazioni preliminari.

Tale espansione, tuttavia, si inseriva in un contesto eccezionale, difficilmente replicabile negli esercizi successivi.

A ben vedere, il 2021 e la prima parte del 2022 rappresentano una fase peculiare anche sotto il profilo qualitativo. Nella prassi professionale si è osservato un clima diffuso di forte accelerazione dell’attività economica, spesso accompagnato da una percezione di crescita robusta che, in molti casi, non trovava un immediato riscontro nella qualità della marginalità. L’incremento dei volumi e dei prezzi, favorito da una domanda in recupero e da condizioni finanziarie ancora accomodanti, tendeva infatti a compensare – almeno nell’immediato – le prime tensioni sui costi. In diversi contesti aziendali, la lettura dei risultati economici restituiva un’immagine positiva, talvolta anche oltre le aspettative, fondata tuttavia su equilibri ancora non consolidati. Questa fase, caratterizzata da una combinazione di liquidità disponibile, ripresa della domanda e aspettative espansive, ha in parte ritardato la piena percezione della successiva compressione dei margini. Solo con il progressivo consolidarsi delle dinamiche inflattive e con l’irrigidimento delle condizioni finanziarie, tali tensioni hanno iniziato a riflettersi in modo più evidente nei conti economici.

A partire dal 2022, infatti, l’incremento del costo degli input – in particolare energetici – e la rigidità del costo del lavoro hanno inciso in modo significativo sulla struttura dei costi, determinando una progressiva riduzione dei margini operativi. Le evidenze più recenti indicano una dinamica ormai sostanzialmente piatta dei ricavi nel 2024, a fronte di strutture di costo stabilizzate su livelli più elevati. Tuttavia, una lettura aggregata del fenomeno rischia di risultare fuorviante. Ciò che emerge con maggiore evidenza è infatti l’ampliamento della dispersione dei risultati: a fronte di una contrazione media, si osserva una distanza crescente tra le imprese collocate nella parte alta della distribuzione e quelle appartenenti ai quartili inferiori. Alcune imprese hanno mostrato una maggiore capacità di trasferire gli incrementi di costo sui prezzi finali o di intervenire su leve di efficienza interna; altre hanno invece subito una compressione dei margini non compensata da adeguate strategie di riposizionamento.

Questo fenomeno suggerisce come la variabile settoriale, pur rilevante, non sia più sufficiente a spiegare le dinamiche reddituali. Elementi quali la struttura dei costi, il posizionamento competitivo e la capacità di gestione del pricing assumono un ruolo determinante, contribuendo a spiegare differenze anche significative all’interno del medesimo comparto. Un ulteriore elemento di attenzione riguarda l’incidenza del costo del lavoro sul valore aggiunto, che evidenzia una tendenza progressivamente crescente. In assenza di incrementi proporzionali della produttività, tale dinamica si traduce in una maggiore rigidità della struttura dei costi e in una riduzione della capacità delle imprese di assorbire shock esogeni. A ciò si aggiunge, in una fase più recente, l’effetto indiretto dell’inasprimento delle condizioni finanziarie. Il rialzo dei tassi, documentato nelle rilevazioni della Banca d’Italia, non incide direttamente sui margini operativi, ma agisce attraverso una contrazione degli investimenti e una maggiore attenzione alla liquidità, con effetti che tendono a manifestarsi nel medio periodo.

In questo contesto, il dato di bilancio – inteso nella sua configurazione civilistica – mostra limiti sempre più evidenti come strumento di interpretazione delle dinamiche economiche. La rappresentazione contabile, per sua natura orientata alla sintesi e alla conformità normativa, non consente infatti di isolare con sufficiente precisione le determinanti della marginalità né di coglierne le variazioni nel tempo.

La crescente volatilità dei costi e la dispersione dei risultati richiedono, al contrario, un livello di analisi più granulare, in grado di distinguere tra effetti prezzo, volume e mix, nonché di attribuire correttamente i costi alle diverse componenti del business.

La fase recente sembra quindi segnare un passaggio rilevante: da un contesto in cui la marginalità era in larga misura determinata da condizioni esterne relativamente stabili, a uno scenario in cui essa dipende in misura crescente da fattori interni all’impresa e dalla qualità dei processi decisionali.

In tale prospettiva, la lettura dei dati disponibili non restituisce soltanto l’immagine di una compressione dei margini, ma evidenzia piuttosto una loro redistribuzione, che tende a premiare le imprese dotate di maggiore capacità di adattamento e di strumenti informativi adeguati.

Fonti

I dati e le evidenze richiamate nel presente contributo derivano da fonti istituzionali pubbliche, consultabili ai seguenti riferimenti:

ISTAT
Conti economici delle imprese e dei gruppi di impresa
Struttura e competitività delle imprese (Frame SBS)

Banca d’Italia
Statistiche sui bilanci delle imprese non finanziarie
Bollettino Economico e Relazione Annuale

Eurostat
Structural Business Statistics (SBS)

Fondazione Nazionale dei Commercialisti
Osservatorio sui bilanci delle società di capitali

Ragioneria Generale dello Stato
Relazioni sulla situazione economica del Paese